Pur occupando solo lo 0,2% della superficie terrestre, il nostro Paese conta 60.000 specie animali e circa
10.000 specie vegetali. Un primato che racconta anche della ricchissima varietà di cibi, prodotti, preparazioni
e tecniche che fanno dell’Italia il Paese più ricco di tradizioni gastronomiche.



Siamo più ricchi di nazioni enormemente più grandi come il brasile che conta 3.000 specie vegetali, mentre noi siamo a quota 10 mila. O come la cina con 20.000 specie di animali contro le nostre 58.000. Siamo in testa come quantità di vitigni spontanei (1.800), dopo la francia con (appena) 200. Abbiamo 997 tipi di mele delle 1.227 in tutto il mondo e 1.400 tipi di grano (seguono gli usa con 6). E si potrebbe continuare a lungo.
Posizione geografica e varietà climatica
Perché l’Italia ha una biodiversità così elevata? È il risultato di una combinazione unica di fattori naturali e storici che hanno favorito nel tempo la coesistenza e l’evoluzione di specie diverse.
In primo luogo l’Italia è un lungo “ponte” sospeso tra l’Europa centrale e l’Africa, esteso per oltre 10 gradi di latitudine.
Questa estensione permette la coesistenza di ecosistemi radicalmente diversi: dal clima tipicamente alpino del Nord (con specie artiche relitte delle glaciazioni) al clima semi-arido o subtropicale del Sud e delle Isole.
Il suolo italiano, inoltre, ha origini geologiche estremamente varie: dai terreni calcarei a quelli vulcanici, dalle rocce metamorfiche alle zone argillose.
Durante le ultime ere glaciali, la penisola italiana ha funzionato come un “rifugio climatico” per molte specie che scendevano dal Nord Europa per sfuggire al ghiaccio.
Al termine delle glaciazioni, molte di queste specie sono rimaste isolate sulle cime delle montagne italiane (i cosiddetti “relitti glaciali”), mentre nuove specie migravano dal Sud, stratificando la ricchezza biologica. Tutto questo ha favorito una coevoluzione con l’uomo (antropizzazione) durata millenni.
L’attività agricola e pastorale tradizionale ha modellato il paesaggio, creando habitat secondari (come i pascoli d’alta quota o i terrazzamenti) che hanno favorito la biodiversità invece di distruggerla.
Questo ha portato anche a una straordinaria biodiversità agricola, con migliaia di varietà locali di viti, ulivi, alberi da frutto e cereali.

Colture tradizionali e varietà locali
Ed è questa ricchezza di biodiversità che garantisce qualità e identità al cibo, come nel caso dei vigneti del Nebbiolo nelle Langhe, modellati da nebbie autunnali ed esposizioni collinari peculiari, o ai suoli vulcanici dell’Etna che danno carattere ai vini siciliani.
O anche nel caso degli oliveti terrazzati della Liguria, dove la Taggiasca matura in un clima mite e ventilato, analogamente agli altopiani pugliesi della Murgia, ideali per i grani duri del caratteristico Pane di Altamura, o dei campi dell’Agro Sarnese-Nocerino, che devono al Vesuvio l’unicità del pomodoro San Marzano.
Razze animali autoctone e allevamenti storici
ISPRA censisce in Italia decine di razze animali autoctone. Nei pascoli appenninici, razze bovine come la Chianina, la Marchigiana e la Romagnola danno origine a una cultura della carne fondata su animali allevati lentamente, su prati naturali, con tagli e preparazioni che raccontano la cucina dell’Italia centrale.
Al Nord, la Bruna Alpina e la Pezzata Rossa sono alla base di grandi formaggi di montagna, dove l’alpeggio estivo e la biodiversità dei pascoli influenzano profumi e aromi.
Prodotti tipici, DOP e IGP
I prodotti DOP e IGP italiani sono l’espressione più concreta della biodiversità applicata al cibo. L’Italia detiene il primato europeo per numero di denominazioni riconosciute, un risultato che nasce dalla varietà di razze animali, colture e microclimi presenti sul territorio.
Formaggi come il Parmigiano Reggiano, il Pecorino Romano o il Gorgonzola derivano da latte prodotto in contesti ambientali specifici, dove foraggi, clima e microflora locale incidono sul profilo aromatico.
Lo stesso vale per salumi come il Prosciutto di Parma o il San Daniele, indissolubilmente legati all’umidità, ai venti e alle temperature dei territori di stagionatura.
Nell’olio extravergine, DOP come Riviera Ligure, Terra di Bari o Val di Mazara riflettono cultivar adattate a climi diversi, mentre nei prodotti ortofrutticoli, dal Pomodoro San Marzano al Limone di Sorrento, la combinazione tra suolo, clima e pratiche agricole locali rende ogni denominazione irripetibile.
Come osserva Slow Food, le DOP e le IGP non certificano solo l’origine geografica, ma la relazione profonda tra biodiversità, saperi umani e gusto.
Perché la biodiversità alimentare è un valore da proteggere
La biodiversità italiana è oggi esposta a minacce crescenti. ISPRA segnala come cambiamenti climatici, consumo di suolo e agricoltura intensiva, unite all’abbandono delle aree rurali, stiano accelerando la perdita di specie e varietà locali.
La FAO ricorda che, negli ultimi decenni, la standardizzazione agricola ha ridotto drasticamente la diversità genetica delle colture, rendendo i sistemi alimentari più fragili e dipendenti da poche varietà.
In Italia questo processo si traduce non solo in un danno ambientale, ma in un impoverimento del patrimonio gastronomico.
Proteggere la biodiversità significa quindi sostenere pratiche agricole sostenibili, valorizzare filiere locali, difendere razze e cultivar autoctone e promuovere una cultura alimentare consapevole.
Come sottolinea Slow Food, la biodiversità non si conserva nei musei, ma continuando a coltivarla, allevarla e mangiarla.
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Scritto da Giovanni Franchini
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