Il 5 febbraio, in occasione della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, l’attenzione si accende su un gesto quotidiano spesso sottovalutato: il cibo che finisce nella pattumiera. In Italia, ogni giorno, quasi 80 grammi di cibo a persona vengono sprecati tra le mura di casa.
Preso da solo può sembrare poco, ma sommato su base settimanale supera i 550 grammi per persona. Se si guarda all’intero percorso del cibo, dalla produzione al consumo, lo spreco complessivo nel nostro Paese vale oltre 13,5 miliardi di euro e riguarda più di 5 milioni di tonnellate di alimenti.
I dati dell’Osservatorio Waste Watcher International mostrano che, nonostante alcuni segnali di miglioramento, siamo ancora lontani dall’obiettivo di ridurre lo spreco della metà entro il 2030. E il punto chiave resta uno: gran parte del problema nasce dalle abitudini quotidiane.

Non è solo un problema italiano
Lo spreco alimentare riguarda tutto il mondo.
A livello globale si stima che circa un terzo del cibo prodotto venga perso o buttato lungo la filiera. Secondo i dati del UNEP, ripresi da Coldiretti, ogni giorno viene sprecato cibo equivalente a oltre un miliardo di pasti.
Un numero che colpisce se si considera che, nello stesso momento, centinaia di milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare.
Questo squilibrio mette in evidenza quanto il sistema alimentare globale sia inefficiente nella distribuzione delle risorse e quanto la riduzione dello spreco possa fare la differenza anche in termini di equilibrio e sostenibilità.
Da dove partire: casa, spesa e scelte quotidiane
In Italia, circa il 60% dello spreco alimentare avviene nelle case, mentre il resto si distribuisce tra ristorazione (28%) e commercio al dettaglio (12%). È un dato chiaro: il cambiamento parte soprattutto dalla cucina di casa. Comprare meglio, conservare correttamente gli alimenti e valorizzare ciò che resta sono azioni semplici che aiutano a ridurre sprechi e costi.
Un aiuto concreto arriva anche dai sistemi alimentari locali.
Le filiere corte e il consumo a chilometro zero permettono di ridurre le perdite fino al 70%, grazie a prodotti più freschi e a una maggiore consapevolezza di ciò che acquistiamo.
A questo si aggiunge una risorsa tutta italiana: la cucina del recupero.
Piatti come la ribollita, i canederli, la pinza veneta o la frittata di pasta raccontano una tradizione capace di trasformare gli avanzi in nuove occasioni di gusto.
Guardando al 2030, la direzione è chiara: ridurre lo spreco alimentare significa rendere più efficienti i nostri consumi e costruire un rapporto più equilibrato con il cibo. Un percorso che passa da scelte quotidiane semplici, ma che, sommate, possono fare una differenza concreta.
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Scritto da Redazione
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